© Fabio Allegro
(di Andrea Balsamo)
Smettiamola di chiamarla “passione”. Quella che vediamo in troppi settori giovanili è pura ignoranza calcistica e gestionale, legalizzata e protetta da proprietari a cui fa comodissimo così. Dietro la facciata ipocrita dei sani valori e della crescita sociale si nasconde un’anarchia metodologica e amministrativa che penalizza l’unica vera risorsa di questo sport: i giovani atleti. Ecco l’analisi dettagliata e senza filtri sui meccanismi perversi che mantengono immobile un sistema al collasso, dove l’approssimazione è diventata un modello di business.
L’ANALFABETISMO TECNICO E PEDAGOGICO NEI RUOLI CHIAVE
Siamo ostaggi di figure dirigenziali inadeguate. Troppi “Direttori” non aprono un libro di metodologia dell’allenamento da decenni e continuano a valutare la crescita dei bambini unicamente attraverso la lente del tabellino del lunedì. Non possiedono competenze aggiornate, non conoscono le tappe dello sviluppo psicomotorio e si rifiutano categoricamente di studiare. Ciò che rende la situazione drammatica è che queste figure pretendono di dare lezioni e imporre direttive tecniche a istruttori qualificati, laureati in Scienze Motorie o abilitati con licenze UEFA. L’unico scopo di questa gerarchia capovolta è sfogare frustrazioni personali e mantenere una parvenza di controllo e superiorità su chi, al contrario, ha investito tempo e risorse nella propria formazione professionale.
IL SILENZIO DEGLI INCOMPETENTI È MUSICA PER LA PROPRIETÀ
Perché i proprietari scelgono e confermano tali figure? La risposta è cinica ma lineare: un dirigente ignorante è il perfetto burattino aziendale. Non disponendo di solidi argomenti tecnici o normativi, non possiede le armi intellettuali per contestare alcuna scelta della presidenza, anche quando questa si rivela palesemente dannosa per la crescita dei ragazzi o per la salute dell’ambiente. Chi non sa, tace. Abbassa la testa e risponde con un costante e accondiscendente “sissignore” pur di difendere la propria posizione di privilegio. Quel che conta per questi profili è esclusivamente tenersi stretta la giacchetta di rappresentanza con il logo societario sul petto e poter esercitare quel minimo briciolo di potere politico e sociale all’interno della comunità locale.
IL “VOLONTARIATO” COME ALIBI PER RISPARMIARE
In questo panorama, il termine “volontariato” viene sistematicamente strumentalizzato e trasformato in un perfetto alibi per evitare investimenti strutturali. Affidare la gestione tecnica a un professionista formato e certificato significherebbe riconoscerne il valore economico e pagarlo dignitosamente. Piazzare invece in cabina di regia l’amico di vecchia data, il pensionato tuttofare o il genitore compiacente garantisce manodopera a costo zero o rimborsata al minimo. Le proprietà prediligono deliberatamente il risparmio immediato e la fedeltà assoluta rispetto alla qualità del servizio offerto. Non importa se a pagare il prezzo più alto, in termini di mancate opportunità formative e di scarsa sicurezza metodologica, siano proprio i giovani calciatori che scendono in campo ogni settimana.
IL MEDIOEVO CULTURALE DEL “SI È SEMPRE FATTO COSÌ”
Molti patron e presidenti sono rimasti culturalmente ancorati alle dinamiche del calcio di trent’anni fa. Rifiutano a priori concetti essenziali come la psicologia dello sport, l’analisi dei dati, il monitoraggio del carico di lavoro e la moderna formazione pedagogica. Tutto ciò che è innovazione viene etichettato con disprezzo come “fuffa moderna” o “teoria inutile”. Questo atteggiamento reazionario serve solo a nascondere una profonda inadeguatezza: la totale incapacità di gestire una società che accoglie centinaia di tesserati con la complessità organizzativa che meriterebbe, trattandola invece con la stessa superficialità e approssimazione tipica di un bar dello sport.
LA NECESSITÀ DI UNA SVOLTA: COMPETENZA OLTRE LA CONSERVAZIONE
Per interrompere questa spirale è necessario un cambio di paradigma radicale. Il calcio giovanile non può essere considerato un semplice sfogo domenicale per adulti frustrati o una fonte di visibilità economica a costo zero per le presidenze. Occorre pretendere una professionalizzazione dei quadri dirigenziali, stabilendo standard minimi di accesso ai ruoli chiave che vadano oltre la mera anzianità di servizio o la vicinanza politica al patron di turno. Il pesce puzza sempre dalla testa. Finché i proprietari continueranno a preferire l’ignoranza compiacente e a basso costo anziché investire concretamente sulle competenze certificate di chi ha studiato e si aggiorna costantemente, il calcio dilettantistico italiano continuerà inevitabilmente a colare a picco, impoverendo tecnicamente e socialmente l’intero movimento nazionale.